Europa a emissioni zero? A che punto siamo davvero sulla strada della decarbonizzazione

L’Europa ha ridotto del 37% le sue emissioni rispetto al 1990 ed è vicina al target 2030, ma resta in ritardo sugli obiettivi 2040 e 2050. Danimarca, Paesi Bassi e Regno Unito guidano la transizione, mentre Polonia, Bulgaria e Repubblica Ceca sono fanalino di coda. L’Italia è a metà del guado: ha potenziale, ma manca ancora di ambizione e investimenti adeguati.

Il Green Deal europeo prometteva un futuro a zero emissioni nette entro il 2050. A distanza di diversi anni dall’annuncio di quella che è forse la più grande trasformazione industriale e ambientale della storia del continente, vale la pena chiedersi: l’Europa sta mantenendo i suoi impegni? E soprattutto, chi sta correndo in testa alla classifica della transizione e chi invece arranca?

La risposta, come spesso accade, è complessa. Se da un lato l’Unione Europea ha già ridotto le proprie emissioni del 37% rispetto ai livelli del 1990 – con un crollo dell’8% solo tra il 2022 e il 2023 – dall’altro le stime più aggiornate indicano che, con le politiche attuali, il target del -55% entro il 2030 è quasi raggiungibile, ma non del tutto garantito. La Commissione europea prevede che, proseguendo lungo l’attuale traiettoria, arriveremo a una riduzione del 54% (fonte: European Commission, Progress on Climate Action, 2024).

Le sfide però aumentano con il passare del tempo. L’obiettivo al 2040 è ancora più ambizioso: ridurre le emissioni del 90%. E al 2050, la meta è la neutralità climatica, un traguardo vincolante per legge. Ma tra il dire e il fare, c'è di mezzo l’azione politica, gli investimenti industriali, e soprattutto il coraggio di cambiare modelli economici profondamente radicati.

 

I campioni della transizione: Danimarca, Paesi Bassi, Regno Unito

In questo scenario, alcuni paesi si stanno distinguendo per coerenza e determinazione. La Danimarca è spesso citata come esempio virtuoso: ha investito massicciamente in energia eolica e sta gradualmente eliminando i combustibili fossili in tutti i settori. I Paesi Bassi, tradizionalmente dipendenti dal gas naturale, stanno accelerando la transizione grazie a politiche fiscali innovative e piani chiari per l'elettrificazione dei trasporti e del riscaldamento. Anche il Regno Unito, nonostante la Brexit, continua a essere un riferimento grazie alla rapida dismissione del carbone e allo sviluppo delle rinnovabili offshore.

Secondo il Climate Change Performance Index 2025 (CCPI), questi tre paesi figurano tra i migliori performer europei, pur con margini di miglioramento. Nessuno, infatti, è ancora pienamente in linea con l’obiettivo globale di contenere il riscaldamento entro 1,5 °C, ma il divario si sta accorciando.

 

Chi è in ritardo: il peso del carbone e delle politiche incerte

Non tutti, però, stanno viaggiando alla stessa velocità. Alcuni paesi dell’Europa centro-orientale fanno ancora largo uso del carbone per la produzione di energia. È il caso della Polonia, dove oltre il 70% dell’elettricità proviene da centrali a carbone (fonte: Wikipedia, Coal in Europe). A seguire troviamo la Bulgaria e la Repubblica Ceca, con ritardi strutturali nell’adozione delle energie rinnovabili e resistenze politiche interne a una transizione accelerata.

Questi paesi non solo sono in ritardo rispetto agli obiettivi UE, ma rischiano anche di rallentare l’intero processo europeo se non supportati da piani di investimento comuni e da un’efficace redistribuzione delle risorse europee.

 

E l’Italia? Una corsa a ostacoli

L’Italia si trova in una posizione di metà classifica tra i paesi europei, ma con diverse criticità che ne penalizzano la performance nella transizione climatica. Nonostante il grande potenziale in termini di fonti rinnovabili e competenze tecnologiche, il nostro Paese continua a muoversi in modo troppo lento e frammentato.

Secondo il Climate Change Performance Index 2025, che valuta 63 paesi a livello globale, l’Italia si piazza al 43° posto, ma se consideriamo solo i paesi dell’Unione Europea, la sua posizione scivola nella fascia medio-bassa. È lontana dai leader europei come Danimarca e Paesi Bassi, ma non tra i fanalini di coda, che restano Polonia, Bulgaria e Repubblica Ceca.
I principali punti deboli dell’Italia sono:

  • - una politica climatica giudicata poco ambiziosa, con obiettivi insufficienti rispetto agli standard europei;
  • - ritardi nell’espansione delle energie rinnovabili, in particolare gli impianti fotovoltaici su larga scala;
  • - un piano nazionale energia e clima (NECP) che non soddisfa pienamente i requisiti UE, con un target di riduzione delle emissioni nei settori non-ETS inferiore a quello richiesto.

In sintesi, l’Italia non è tra i peggiori, ma non sta facendo abbastanza per essere tra i paesi guida della transizione ecologica in Europa. Senza una chiara accelerazione, rischia di restare indietro proprio quando si decide il futuro energetico del continente.

 

Il 2040 è domani: serve una visione più coraggiosa

Il prossimo grande traguardo è fissato al 2040, con l’obiettivo di una riduzione del 90% delle emissioni rispetto al 1990. Ma al momento si tratta ancora di una proposta, che deve essere tradotta in obiettivi vincolanti per ciascuno Stato membro.

Secondo il Climate Action Tracker, l’UE nel suo complesso ha fatto progressi, ma è ancora su un percorso “Insufficient” per restare sotto la soglia di 1,5 °C di riscaldamento globale. Il tempo stringe, e senza un’accelerazione su scala continentale, i prossimi obiettivi rischiano di diventare simbolici piuttosto che reali.

 

Conclusioni

L’Europa ha fatto passi avanti significativi nella lotta al cambiamento climatico, ma la strada verso la neutralità climatica è ancora lunga e in salita. Servono visione politica, investimenti su larga scala e un maggiore coordinamento tra gli Stati membri.

L’Italia, in particolare, dovrà dimostrare con i fatti – e non solo con i piani – di voler davvero giocare un ruolo da protagonista nella transizione energetica. Perché la decarbonizzazione non è più una scelta: è l’unico futuro possibile.

Fonti:

 

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